Il monaco di Monza

Pubblicato il 03 Ago 2013 in Comico

immSenza alcuna attinenza di rilievo con la vicenda della Gertrude di manzoniana eco, come il titolo potrebbe a torto far supporre, (a eccezione della cornice seicentesca in cui il film si ambienta), Il monaco di Monza racconta la storia di un ciabattino alle prese con la miseria e la fame, tanto falso frate quanto autentico padre di famiglia con dodici bambini a carico. Rimasto vedovo dopo la morte della moglie Provvidenza, Pasquale (Totò) versa infatti in condizioni d’estrema povertà. Bandito da Monza per volontà di un signorotto locale, indossa per finta l’abito monacale adottando il nome di fra Pasquale da Casoria e va in cerca di fortuna con il seguito dei figlioli da lui ribattezzati (di nome e di fatto) “i figli della Provvidenza”. Quest’ultima non tarda a manifestarsi mettendolo sulla strada del castello di un malvagio marchese che tiene prigioniera la cognata per sposarla contro la sua volontà. A Pasquale non sembra vero poter accogliere la richiesta d’aiuto della nobildonna che promette mille fiorini in cambio della sua liberazione. Inizia così una rocambolesca commedia degli equivoci che si svolge interamente fra le mura del castello e che vedrà Pasquale e fra Mamozio (il pastore fintosi frate interpretato da Macario) alle prese con la ricerca di continui sotterfugi e furbizie per uscire incolumi da una situazione che comincia a scappar loro di mano, tanto che alla fine si salveranno la pelle solo grazie all’intervento delle suore in armi che entreranno in scena sullo squillo di tromba dell'”arrivano i nostri”. Il monaco di Monza costruisce su un’esile trama e personaggi privi di approfondimento psicologico (spesso simili a vere e proprie marionette) all’infuori del protagonista, una comicità verbale fatta di ambiguità, giochi di parole, gag e vivaci scambi di battute in tipico “stile Totò”. Apprezzabile in particolare il divertissement creato dalla sceneggiatura attorno all’ambito semantico della fame, che si ripropone – è il caso di dirlo – in tutte le salse e in ogni occasione possibile: effetti esilaranti si raggiungono nella scena della cripta in cui Pasquale e Mamozio si trovano al cospetto del marchese che si finge morto (una salma che, a sentir loro, sembra un salmone…). Si tratta forse della scena più divertente dell’intera pellicola, grazie al ritmo e all’humour nero che la animano. Molti altri elementi restano invece dissonanti, adatti solo a una comicità da consumare in fretta: basti pensare al gratuito inserimento del duetto rock’n’roll di Adriano Celentano e Don Backy, alle eccessive musiche spagnoleggianti, alla colonna sonora buffa e scanzonata che correda tutto il film e che è completamente estranea allo sfondo seicentesco. Se poi l’intento del film era quello di dare vita a una parodia, si è decisamente calcata troppo la mano rivestendo la vicenda di una patina anni ’60 che, se in qualche dettaglio può farci sorridere, a lungo andare non fa altro che appesantire. Pasquale «ciabattino professionista che lavora tutto espresso», Fra Pasquale «monaco in piena regola, iscritto ai sindacati», la litania dei santi che diventa un elenco di attrici e attori contemporanei, la marchesa desiderosa di bere cappuccini, e tanti altri termini antistorici vanno tutti in questa direzione. Nel complesso Il monaco di Monza resta un film leggero che divide buoni e cattivi con occhi fanciulleschi e che ha quasi l’atmosfera di una fiaba. Fonte Trama

Versione: DVDRip – Qualità: A.10 – V.10

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