Gli amici del Bar Margherita

Pubblicato il 23 Giu 2012 in Commedia

È il 1954. Sotto i portici di Bologna, il diciottenne Taddeo vive con la mamma e il nonno e sogna di poter diventare un frequentatore del Bar Margherita. Si procura una macchina e un po’ di fortuna e ottiene il soprannome di “Coso” e il ruolo di autista di Al, nelle sue visite notturne al night club Esedra e poi ad un piatto di lasagne alla stazione. È così che conosce Bep, che non si toglie mai i guanti da guida perché il padre gli ha promesso una porsche, Gian, che ha ricevuto una lettera d’invito dal Festival di Sanremo, Manuelo che commercia in auto rubate e spoglia le donne con gli occhi, e Zanchi, Sarti, Pus e Mentos.
Pupi Avati lascia la tetra via San Vitale del Papà di Giovanna e si sposta, lungo i portici che tutto collegano, nella via Saragozza dei ricordi adolescenziali, andandosi a nascondere dietro alla figurina del narratore, ometto alle prime armi, privo di una figura paterna, che trova nella fauna del bar una curiosa definizione delle priorità della vita.
Se in Festa di Laurea era un bacio dato per caso a cambiare a cambiare la vita di un uomo, oggi sono una bottiglia di cognac bevuta tutta d’un sorso, una maestra di piano ingaggiata a novant’anni, la promessa di un’entreneuse. Cose dell’ordine dell’illusione smaccata, a cui i personaggi avatiani aderiscono incondizionatamente, ma forse non incoscientemente.
L’amarcord del Bar Margherita procede con passo episodico, con l’andamento dell’aneddoto, tenuto insieme dal dispiegarsi di due storie maggiori che corrispondono a due scherzi atroci, di quelli che solo la società dei maschi può perpetrare e solo nella società dei maschi si possono rimarginare, se non guarire. Epicentro del racconto corale è ancora una volta una festina, un compleanno in casa, sequenza che vale il film e che irradia di cinico umorismo il resto, spingendoci a perdonare un intro leggermente sornione e un fastidiosissimo ralenti finale.
Abbandonata l’idea di voler infilare la Storia nel proprio cinema, Avati torna a collocare il cinema nella storia, con esiti ben più originali e riusciti. Nelle figure del cineoperatore che insegue tutto e tutti e in quella del fotografo delle grandi occasioni, c’è un’idea di cinema al lavoro ma anche di mestiere del cinema, di artigianato, che non vuol dire tanto o soltanto nostalgia, ma soprattutto esperimento empirico, confusione della vita col gioco, adesione all’illusione, appunto.
Aggiungendo il movimento e il sonoro alla fotografia, il cinema permette di fare molto di più che conservare un ricordo, permette di travisarlo e cioè, letteralmente, di trasformare il suo volto. Così, al posto delle facce dei protagonisti della vita, Avati schiera i suoi attori-feticcio, Cavina, Marcorè, Abatantuono, e chiede a De Luigi e Lo Cascio di sorprenderlo, facendosi obbedire. Tutt’altro che stanco, il film ha lo spirito dell’età in cui il passato –la guerra- doveva rimanere passato e si guardava avanti, agli occhiali K: una nuova fantasiosa e ingannevole promessa da entreneuse…
Versione: DvdRip – QUalità V:10 – A:10

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  • Claudio

    Bello, anche un po’ nostalgico per quei tempi andati