Damsels in Distress – Ragazze allo sbando

Pubblicato il 06 Dic 2012 in Commedia

Appena giunta nel college di Seven Oaks, Lily viene avvicinata da tre ragazze che professano l’igiene personale e i profumi costosi come base per una vita felice. Attratta da queste strane ragazze e in particolare dalla gentile determinazione di Violet, Lily si lascia coinvolgere dal loro altruismo nei confronti degli studenti mediocri e dalla loro dedizione a prevenire i suicidi e curare le depressioni degli studenti con caffè, ciambelle e chiacchiere terapeutiche. Nel frattempo, la vita del college va avanti, fra tradimenti, corteggiamenti e continui ripensamenti di giovani cuori che si muovono a passo di danza.
Nei tredici anni che separano Damsels in distress dal precedente film di Whit Stillman, The Last Days of Disco, molto è cambiato nel panorama del cinema indipendente americano. L’affermazione di Todd Solondz, Wes Anderson e Noah Baumbach ha creato un’affezione diversa nei confronti dei personaggi dissociati e bizzarri e di storie al contempo tenere e ciniche, divertenti e tragiche. In risposta a questa popolarizzazione di un cinema strambo, fantasioso e “senza buoni e cattivi” coincisa con la fine del secolo, Stillman radicalizza il suo stile attraverso un progetto quasi teorico sul “declino della decadenza” degli anni Duemila.
Damsels in distress è ancora un racconto radicato nella cultura della accademie della East Coast e incentrato sull’imprevedibile educazione sentimentale di giovani borghesi. Tuttavia, al contrario dei film precedenti, per lo più incentrati su episodi autobiografici, questa volta Stillman parte da uno dei sottogeneri più granitici della moderna cultura statunitense, il teen-movie, per elaborarne un’arguta riscrittura dei cliché. Al centro della storia, quattro ragazze dal nome floreale (Lily, Violet, Rose e Heather) che potrebbero essere le classiche “bitches” del campus universitario e che invece sono un fiume di idiosincrasie e di citazioni alte dedite a progetti umanitari. Attorno a loro, confraternite senza lettere greche popolate di studenti mediocri, né belli né brutti, che non distinguono i colori primari e giovani playboy che frequentano corsi sulla letteratura omosessuale o che praticano l’amore secondo i Catari. Stillman parte dai normali cliché sui film giovanili americani (quegli stessi cliché che, secondo la protagonista, “si fondano su verità ancestrali”) e si impegna quietamente a sovvertirli con un tocco leggero e gravido di luce. Come in un valzer di Strauss, passa da un capitolo all’altro di questo annuario sentimentale girando fra il punto di vista di Lily, adolescente “estranea” ma ordinaria, e quello di Violet, leader “perdente” con manie depressive.
Questa continua danza di focalizzazioni e di personalità permette al film di configurare un ambiente bizzarro ma estremamente vivido e brillante, come se l’estetica delle soap opera incontrasse la prosa di Oscar Wilde. Questo scontro culturale fra arguzia e stigma, fra i ritmi del musical classico e gli intrighi e le dissimulazioni da romanzo vittoriano, costituisce lo stile privilegiato secondo Stillman per rappresentare il “declino della decadenza” e raccontare gli affetti precari e le passioni ballerine della gioventù…

 

 

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